Maggio 22, 2024

#𝗩𝗘𝗗𝗘𝗥𝗘𝗟𝗔𝗣𝗔𝗥𝗢𝗟𝗔 - 3 Marzo 2023 - Video e testi di approfondimento

Lectio dell'Arcivescovo S.E.R. Mons. Roberto Repole
LECTIO
Ponendoci davanti a questo racconto del Vangelo di Matteo, possiamo anzitutto notare che si tratta della narrazione di una cena che Gesù consuma con i suoi amici più stretti ed intimi, poco prima che avvengano il suo arresto, la sua passione e la sua morte violenta sulla croce. Dunque, è l’ultima cena che Gesù mangia con i suoi amici, come le parole di Gesù stesso ci fanno comprendere: dopo non ce ne sarà più un’altra. Alla fine del brano infatti Gesù dice così: «Vi dico che da ora in poi non berrò più di questo frutto della vigna, fino al giorno che lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio».
  1. Possiamo anzitutto notare un aspetto. Si dice che i discepoli si avvicinano a Gesù per chiedergli dove egli voglia che si prepari per la pasqua. Ne deduciamo che, secondo la testimonianza di Matteo, l’ultima cena di Gesù con gli amici non è una cena qualunque, ma è una cena pasquale. Cosa che evinciamo anche dall’ultimo versetto che abbiamo letto: «Dopo che ebbero cantato l'inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi». Sembra infatti che la cena della pasqua si concludesse proprio con il canto dell’inno. È un altro particolare che ci dice che non si tratta di una cena qualsiasi; che con ogni probabilità è una cena importantissima per il popolo ebraico, perché è la cena della festa della pasqua. Proprio a partire da questo, possiamo penetrare il clima e l’importanza di questa cena. Gesù e i suoi discepoli sono infatti degli ebrei; e noi dobbiamo allora domandarci che cosa significasse la celebrazione della pasqua e quella cena per il popolo di Israele.
  1. Ogni anno, nel tempo di primavera, il popolo ebraico si radunava a Gerusalemme. E la città si riempiva perciò di tantissime persone che venivano da ogni parte del territorio della Palestina. E alla sera ci si raccoglieva nelle case per celebrare in famiglia la pasqua. Quale era il senso di questa festa e di questa cena particolare?
  2. Si potrebbe dire che il senso era duplice, era doppio
    - Da una parte attraverso quella cena, che prevedeva che si mangiasse l’agnello, si compiva un gesto che gli antenati ebrei avevano compiuto quando erano ancora schiavi in Egitto e Dio aveva promesso di liberarli dalla situazione di schiavitù in cui erano tenuti dal faraone. Infatti, su comando di Dio, prima di essere liberati dalla schiavitù da Dio stesso per mano del grande profeta Mosè, gli ebrei avevano mangiato l’agnello, di corsa, con i vestiti di chi sta per partire da un momento all’altro e con il bastone in mano, che serviva per il viaggio. Una cena dunque consumata in fretta, prima che Dio intervenisse per liberare finalmente il popolo dalla schiavitù.
    Dunque tutti gli anni gli ebrei, in occasione della ricorrenza della pasqua, consumavano una cena in famiglia, facendo qualcosa di simile, mangiando anzitutto l’agnello; e facendo la stessa cosa, perciò, che i loro antenati avevano compiuto molti secoli prima, quando stavano per essere liberati dalla situazione di schiavitù.
    - Dall’altra parte, però, attraverso quella cena ogni anno gli ebrei rivivevano ciò che era accaduto dopo, cioè il fatto che il popolo aveva attraversato il Mar Rosso senza annegare e, guadando quel mare, era passato dalla situazione di schiavitù alla situazione di libertà. Pasqua significa infatti “passaggio”: è il passaggio del Mar rosso ma è, soprattutto, il passaggio dalla schiavitù alla libertà, per mano di Dio, per la potenza di Dio. Dio li aveva liberati dalle grinfie del faraone. Finalmente erano un popolo libero e liberato da Dio, il quale si era preso cura di loro. E ogni anno, attraverso quella cena, gli ebrei ricordavano e rivivevano quell’intervento di Dio nei loro confronti. Non si trattava solo di un ricordo, come se fosse qualcosa che era avvenuto nel passato, che si poteva rammentare nella memoria, ma che non toccava la vita degli ebrei che mangiavano la cena di pasqua. No: era un ricordo particolare, un ricordo che faceva rivivere quella esperienza anche agli ebrei che mangiavano la pasqua. È come se, mangiando quella cena di pasqua, ogni anno ciascun ebreo facesse la stessa esperienza, e sentisse che Dio si era ricordato di lui, aveva visto la sua situazione di schiavitù, di desolazione, di abbandono, e fosse intervenuto e se ne fosse preso cura e lo avesse liberato. È come se, mangiando quella cena, ogni ebreo si sentisse lui stesso salvato dalla schiavitù; è come se fosse lui, in quel momento, a passare indenne il Mar Rosso, che si apre e lo lascia passare vivo.
  1. Gesù mangia dunque quella cena di pasqua, con i suoi amici, vivendo tutto questo. Ma con le sue parole e con i suoi gesti conferisce a quella cena un significato nuovo, inedito. Lo abbiamo sentito: prende il pane, dice la preghiera di benedizione, lo spezza e poi lo distribuisce ai suoi discepoli, invitandoli a mangiare e dicendo che quello è il suo corpo. Poi prende la coppa del vino, dice ancora la preghiera di benedizione, e la dà da bere dicendo che è il suo sangue sparso per le moltitudini, cioè per tutti gli uomini, di ogni razza, di ogni luogo, di ogni tempo della lunghissima storia dell’umanità. Ed è versato perché si realizzi il perdono dei peccati.
    1. Dobbiamo soffermarci un attimo su queste parole. Gesù sta per essere tradito addirittura da un suo amico intimo. Questo tradimento metterà in moto una situazione drammatica e tragica, perché da lì in poi verrà preso dai soldati, verrà sottoposto a un giudizio che sarà una farsa, verrà umiliato davanti a tutti, verrà colpito con dei flagelli che fanno il suo corpo a brandelli, verrà schiaffeggiato, sputato e alla fine verrà appeso ad una croce. Vivrà così quel tipo di morte che era destinata a quelli che i romani consideravano i malviventi peggiori e a quelli che gli ebrei ritenevano invece come uomini maledetti da Dio. Dunque, ciò che sta per accadere è che Gesù, che ha vissuto solo facendo del bene, solo prendendosi cura degli ultimi, dei poveri, vedendo e curando tutte le ferite delle persone che incontrava, viene invece trattato come un malvivente della peggior specie. Ciò che sta per accadere è che lui - che ha passato la vita non volendo fare altro se non parlare di Dio, indicare Lui, indirizzare e condurre tutti gli uomini a Lui, dicendo che è un Dio buono e misericordioso e che guarda a ciascuno, anche nelle nostre povertà e piccolezze… - muore venendo trattato come un maledetto da Dio, come uno che bestemmia Dio, come uno che è disprezzato da Dio.
      Tutto questo è quello che il Vangelo di Matteo ci racconterà da lì in poi. Ma tutte queste cose sono, per così dire, dei fatti, degli avvenimenti, delle cose che accadono. Non contengono il senso e il significato di quelle cose.
    2. Quello che accade nell’ultima cena, le parole che Gesù pronuncia e i gesti che compie ci raccontano invece il senso di quello che capiterà da lì a poco. Per questo sono gesti e parole importantissimi. In essi comprendiamo che la sua non sarà una morte qualunque; non sarà solo l’ennesima morte ingiusta di un innocente, come ce ne sono state tantissime e continuano ad esserci nella lunga storia dell’umanità. E non sarà neppure soltanto una morte subita, patita passivamente. Gesù dà al contrario a quella morte il senso del dono totale della sua vita, della consegna di sé stesso, perché chiunque lo vuole possa nutrirsi di quella sua vita donata ed entrare in una forma di vita nuova, che consiste nell’entrare in comunione con lui. La sua vicenda, infatti, non si conclude con la morte. Alla fine parla di un vino che berrà nuovo nel Regno di Dio, dunque aldilà della morte. Chi mangia quel pane e beve quel vino riceve il dono del corpo e del sangue di Gesù. Sappiamo che il corpo e il sangue non vanno qui interpretati come se si trattasse di due parti; è come se Gesù dicesse che tutta la sua vita è donata, che egli si dona e si offre con tutto se stesso. E sappiamo, pertanto, che mangiare quel pane e bere quel vino non è mangiare o bere delle parti di lui, come se fossimo dei cannibali, ma è ricevere lui, farlo abitare in noi e vivere della vita che lui ci offre: non la vita di un qualunque uomo, ma la vita stessa di Dio.
      Una vita che è capace di eliminare i peccati, di guarire gli uomini dalla devastazione del male che noi stessi siamo capaci di fare e compiere.
    3. Quella cena, che noi in qualche modo ripetiamo tutte le volte che celebriamo l’eucaristia, la santa Messa, è dunque il senso profondo di quello che sta per accadere. Se Gesù soffre, viene umiliato, viene sconfitto, viene ucciso su una croce… non è un caso; non è il frutto del destino. No: è perché lui ha voluto dare tutta la sua vita, affinché tutti coloro che lo vogliono entrino in amicizia e in comunione di vita con lui. Ed è perché i nostri peccati, le nostre chiusure, i nostri errori, anche madornali, non ci facciano sentire dei condannati, e non ci schiaccino.
  2. Possiamo notare un ultimo importante particolare del racconto evangelico. Durante questa cena, di per sé di festa, trova un grande spazio l’amico intimo che lo ha tradito. Il racconto di Matteo punta a dirci che, sebbene Gesù sappia che verrà tradito e chi lo tradisce, Giuda tradisce in piena libertà e autonomia. È lui che sceglie. È libero di abbandonare e tradire Gesù, e di dare il via perciò a una spirale di male e di morte. Nonostante tutto, Gesù offre quel pane e quel vino anche a lui, tenendo aperta una porta fino alla fine.
 
MEDITATIO
 
A partire da ciò che emerge da questa lettura del testo del Vangelo, possiamo ora fare qualche piccola considerazione, che ci aiuti a interiorizzare questa Parola, a farla nostra, a comprendere che ci interpella e ci può far guardare a noi stessi in maniera sempre più profonda. Poi ciascuno nel silenzio e nella preghiera personale potrà continuare a meditare e a stare davanti al Signore Gesù.
 
  1. Possiamo anzitutto riflettere sul fatto che tutto quello che è stato detto avviene nel contesto di un pasto, di una cena; ed ha a che fare con il mangiare e con il bere. Non è infatti certo un caso che Gesù abbia scelto di dirci il senso e il significato profondo di quello che stava per vivere, nel contesto di una cena e di un pasto.
    Perché il fatto di mangiare esprime qualcosa di profondo nella nostra vita. Noi mangiamo perché, se non lo facessimo, non potremmo sopravvivere. Mangiare e bere sono per noi un bisogno fondamentale; un bisogno che dobbiamo soddisfare assolutamente, perché se no moriamo, non rimaniamo in vita. Ma questo significa nello stesso tempo, che noi non abbiamo la vita in noi stessi. Noi abbiamo bisogno tutti i giorni di attingere la vita da fuori di noi. Ciò significa, perciò, che noi viviamo, ma non siamo la fonte e la sorgente della vita. Con un altro linguaggio, affermiamo in qualche modo questa stessa realtà, quando ci diciamo che siamo delle creature, che è stato Dio a crearci; non come se questo fosse avvenuto solo una volta, nel passato, nel giorno del nostro concepimento e della nostra nascita, ma sapendo che è Lui che ci mantiene in vita in ogni istante, anche oggi, anche adesso.
    Gesù compie un gesto grandissimo, prendendo il pane e dicendo che quello è il suo corpo e prendendo la coppa del vino e dicendo che quello è il suo sangue, facendo anzitutto leva sul fatto che abbiamo bisogno di mangiare e di bere, appoggiandosi sul fatto che abbiamo sempre, costantemente, bisogno di prendere vita da fuori di noi.
    1. Questo ci può far riflettere in profondità. Troppo spesso siamo indotti a pensare che tutto dipende da noi, che noi siamo all’origine di tutto. Qualche volta questo può ingenerare in noi anche un sentimento di pretesa, come se fossimo i padroni del mondo, come se non avessimo bisogno di niente e di nessuno, perché tanto bastiamo a noi stessi, siamo autosufficienti, sempre e comunque. Gesù ci fa riprendere confidenza, invece, con il fatto che in verità non è così nella nostra vita. Noi abbiamo bisogno di altro e di altri per vivere. Non solo abbiamo bisogno di cibo, ma abbiamo bisogno di persone che svolgano il loro lavoro perché noi possiamo avere una vita confortevole e comoda. Abbiamo bisogno di chi ci offre la sua amicizia, la sua vicinanza. Abbiamo bisogno di chi ci passa le sue conoscenze, con l’insegnamento, per poter imparare anche noi delle cose nuove e assumere nuove competenze. E, se ci fermiamo a riflettere ancora più in profondità, possiamo anche riconoscere che per vivere la nostra vita di oggi, nel 2023, abbiamo bisogno di tutte le donne e gli uomini che ci hanno preceduto, di tutti coloro che hanno fatto delle cose nel passato, di chi ha messo a disposizione quello che era e quello che aveva imparato, per rendere il mondo più bello, più comodo e la vita più semplice e serena.
      Guardare dunque al fatto che Gesù ci ha consegnato qualcosa di profondissimo, nel contesto di un pasto e di una cena, ci induce a far crescere in noi un grande senso di riconoscenza e di gratitudine. Potremmo anche domandarci questa sera: a chi sono debitore per la vita che vivo? Chi devo ringraziare? Chi, con il suo lavoro, il suo affetto, la sua premura, la sua vicinanza… rende possibile la vita che vivo? Chi, nell’arco della mia vita, ha dato qualcosa perché io potessi essere ciò che sono oggi?
    2. Non solo. Dobbiamo anche riconoscere che se seguiamo la voce del mondo e della cultura in cui siamo immersi - che spesso ci fa credere che siamo all’origine di noi stessi, che non dobbiamo dire grazie a nessuno, che tutto dipende da noi, che noi e solo noi siamo all’origine del nostro successo, della posizione che riusciamo ad avere…- alla fine ci sentiamo oppressi e soli. Perché è come se venisse messo sulle nostre spalle un fardello enorme, un peso impossibile da sostenere.
      Possiamo riconoscerlo: spesso è proprio così. Da un lato ci viene detto che siamo i padroni del mondo, che non dobbiamo dire grazie a nessuno; e dall’altro lato ci viene detto che tutto dipende solo da noi, che se le cose non vanno bene, se non otteniamo quello che ci si aspetta da noi… è solo responsabilità nostra.
      Stasera abbiamo l’opportunità di rivedere, nel silenzio e nella memoria del cuore, tante persone a cui invece rendere grazie; di scoprire ancora una volta che siamo il frutto di tante persone, di tanti incontri, di tante amicizie. Che la nostra vita dipende anche tanto da quello che c’è attorno a noi e fuori di noi. Possiamo rivedere che è una grazia anche solo la natura che abbiamo attorno, senza la quale non potremmo vivere; o gli animali, a cui voi giovani portate un rispetto più grande che le generazioni che vi hanno preceduto… Noi viviamo di tutto questo. E perciò abbiamo la possibilità di trovare un po’ di pace.
  2. Ma possiamo fare una seconda riflessione. Nell’ultima cena, Gesù ci dice che ci offre la sua vita, che dà sé stesso per noi, per comunicarci la sua stessa vita. E tutte le volte che noi celebriamo l’eucaristia, noi mangiamo quel pane e ci nutriamo di lui, della sua vita, del suo amore. Infatti, mangiando quel pane, avviene che lui viene a vivere in me, portandomi se stesso, cioè la vita di Dio, indistruttibile, più forte anche della morte; e io vivo in lui, vengo accolto in lui e non mi sento sol Anzi, è come se fossi una cosa sola con lui.
    Il fatto che Gesù spezzi e doni quel pane, dicendo quelle parole, ci aiuta a vedere una cosa profondissima di noi. E cioè, che non solo abbiamo bisogno di prendere la vita da fuori di noi, ma, più profondamente, che per vivere noi abbiamo bisogno di essere amati, di qualcuno che ci voglia bene, che riversi in noi il suo amore, la sua attenzione, la sua cura, il suo affetto. Senza questo, possiamo anche vivere una vita biologica buona e sana; e possiamo anche vivere una esistenza piena di cose, ricca di soldi, di possibilità di viaggi, di comodità, di mezzi tecnici, come l’ultimo telefonino, o l’ultimo computer, ma non è questo che riempie davvero la nostra esistenza. Eppure - lo possiamo riconoscere questa sera - troppo spesso capita che ci facciano credere che ciò che davvero ci rende felici, ciò che veramente ci appaga è il fatto di essere riempiti di cose, di prodotti, di cose da consumare. Basterebbe fare attenzione alle molte pubblicità che passano sui nostri schermi, di tutti i generi. Il sottofondo è sempre lo stesso: se acquistiamo o abbiamo un determinato capo di abbigliamento, una determinata auto, un determinato prodotto, allora la vita cambia davvero, allora ci si spalanca la porta della felicità. Salvo sperimentare ogni volta che un vestito, un cibo, una moto, una casa… ci appagano per un momento, un’ora, un giorno, ma poi abbiamo sete di felicità come prima e anche più di prima. E potrebbe capitare, qualche volta, che persino le persone più vicine si rapportino a noi, con la stessa modalità: ci riempiono di cose, invece che concederci il loro tempo, la loro attenzione, il loro bene.
    Il gesto di Gesù, che ripetiamo tutte le volte che celebriamo l’eucarestia, ci dice invece che noi veniamo davvero riempiti di vita quando veniamo riempiti di amore vero, autentico, libero, fedele. E Gesù ci consegna il suo amore; che non è solo un amore umano, sempre limitato, ferito, spesso soggetto alle emozioni e ai cambiamenti di umore, ma è l’amore di Dio, che rimane in noi in ogni istante, che fa sì che Gesù stesso venga a vivere in me e che io non mi senta più solo, mai: neppure quando fossi isolato da tutti, neppure se mi trovassi a vivere nel deserto. Noi andiamo a Messa ogni domenica e mangiamo di quel pane per attingere a quell’amore; e per sentire che siamo davvero vivi e vitali perché siamo amati così profondamente. In un modo unico: io sono amato e riempito dell’amore di Dio, che resiste e rimane anche quando sperimentassi la distanza di altre persone, il tradimento di alcuni amici, l’indifferenza di qualcuno da cui mi aspetterei attenzione. Io sono amato per quello che sono, con i miei difetti, con i miei limiti, con la storia che ho alle spalle, con il corpo che ho, con il carattere che mi ritrovo…
    Anche tutto questo possiamo meditare e far scendere nel cuore questa sera.
  3. C’è poi un ultimo aspetto del racconto che abbiamo letto, che può farci meditare profondamente. Si tratta del fatto che Gesù dica che offre il suo corpo e il suo sangue per i nostri peccati; e si tratta del fatto che a tavola con lui c’è anche Giuda, colui che lo tradisce. Anche il traditore fa parte del gruppo degli amici di Gesù. E lui dona la sua vita anche per lui; infatti, anche per lui spezza e dona quel pane.
    1. Potrebbe succedere che nella nostra pur breve vita abbiamo commesso qualche peccato importante che, di tanto in tanto, affiora alla superficie. Qualcosa che non vorremmo ripetere, se ne avessimo la possibilità; delle azioni, dei gesti o anche solo delle dimenticanze serie, che vorremmo non aver compiuto. E può anche capitare che passiamo la vita a riempirci di parole, di suoni, di musica, di chiasso… pur di non ascoltare quella voce che parla dentro di noi e che ci fa ricordare quello che non vorremmo ricordare; quella voce che ci fa sentire sbagliati, inadatti, cattivi, non degni di amore e di amicizia.
      Ebbene è di grande conforto, ed è anche l’unica cosa confortante, questa Parola del Vangelo di Matteo: Gesù ha dato la sua vita, il suo amore, tutto sé stesso, non solo per chi è bravo, è giusto o buono; e non solo per quella parte di noi che è brava, giusta, buona. Gesù consegna sé stesso per togliere i peccati. Per dirci che noi non siamo i nostri sbagli, perché siamo molto più grandi. Per amarci anche lì dove non siamo amabili, anche là dove abbiamo fallito, affinché possiamo riprendere di nuovo la vita, senza pensare che quel che abbiamo commesso nel passato ci schiacci come un macigno.
    2. Così come ci è di grande sollievo sapere che Gesù ha amato anche Giuda, lo ha tenuto tra i suoi amici, nell’ultima cena ha dato anche a lui quel pane, segno del corpo e del sangue che stava per consegnare. Perché vuol dire che è stato aperto davvero a tutti e che il suo amore fa affidamento alla nostra libertà, alla nostra scelta di accoglierlo o di rifiutarlo. In questo modo Gesù vuole anche dirci che la sua comunità non è mai e non sarà mai una comunità di perfetti; e non dobbiamo scandalizzarci di ciò.
      Anche questo ci fa bene. Da un lato ci fa vedere in profondità, che siamo davvero liberi davanti all’amore di Gesù: possiamo accoglierlo o rifiutarlo. E dobbiamo scegliere, sempre: non solo in un momento della vita, ma sempre, ogni giorno, in ogni istante. Dall’altro lato ci riconcilia con il fatto che pure oggi, nella Chiesa, possiamo trovare qualcuno che tradisce, che è come Giuda, che non accoglie davvero l’amore di Gesù. Anche queste persone continuano ad essere guardate con amore da Gesù. E se noi riceviamo davvero il suo amore e lo facciamo scendere nella profondità della nostra esistenza, noi stessi possiamo diventare capaci di non emettere solo giudizi, ma di mantenere la porta aperta del nostro cuore e del nostro affetto pure a coloro che sbagliano, che ci feriscono, che tradiscono.
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